Ieri mi avete portata a mangiare un panino in un pub dove per un buon quarto d’ora siete riusciti a farmi credere che il mio orologio fosse fermo … non sapevo più come fare e stavo per chiedere l’ora ai vicini di tavolo, fino a che il TG due in televisione non mi è venuto in soccorso.
Camminavo fra di voi in mezzo alle bancarelle del centro e mi sentivo protetta, è strano come qualcuno solo con la sua compagnia possa aiutarti a risalire da un pozzo.
Loro e voi, che forse siete i miei primi amici maschi.
Ogni tanto per prendermi in giro mi dici che mi preferivi depressa questa estate seduta sui gradini di una chiesa in quel piccolo paesino della Sardegna dove ho iniziato a tessere la tela della mia storia con voi, come per una divina premonizione di salvezza.
Lo so che scherzi, ma quella sera davvero ti ho visto colpito, quando senza nemmeno conoscermi ti sei accorto che piangevo. Non mi conoscevi ma mi hai messo un braccio intorno alle spalle, ed io avrei voluto abbracciarti e rimanerci per tutta la notte, protetta da quella presenza maschile che era riuscita, per prima, a percepire un po’ della mia anima.
Lo so che scherzi perché ti vedo come mi guardi mentre all’una di notte mangiamo i cappelletti ed io sono in quella fase che ho così sonno e sembro ubriaca e inizio a sparare cavolate a raffica, e penso di piacerti anche così. Ed è bello piacere allegra e triste, speranzosa e depressa, è bello piacere a tutto tondo, soprattutto per chi ha una circonferenza immensa, è bello sentirsi giusti così come si è.
Sentirsi a casa è un po’ così, un po’ stretti nel sedile posteriore di una macchina spalle contro spalle a cantare a squarciagola una canzone, o ad addormentarmi stordita dal tepore diffuso dall’impianto di riscaldamento.
E’ passeggiare per il centro e sentirmi dire che sembro una bambina dell’asilo perché mi sono presentata con lo zainetto, è scegliere un dvd che spero non vi faccia schifo, è invitarvi a casa mia a mangiare una pizza e azzittirvi per sentire Fiorella che canta ospite a Sanremo.
Sentirsi a casa è sapere di poter fare una telefonata in qualsiasi momento del week end in cui si abbia voglia di compagnia, sono i panini che mi fanno sporcare tutta la faccia, è avere gli occhi lucidi in una discoteca salutando l’australiana, è ormai anche guardarvi litigare e pensare che non si può litigare per delle cavolate del genere.
Mi faccio un po’ sorridere da sola, ma tante cose io le aspettavo da sempre e voi me le avete portate.
E il bello è che non ve ne accorgete neanche.
Davanti a lui, ci si può solo inchinare.
Racconto e la donna di fronte sospetta che io stia inventando un ricordo di risposta per farla contenta. Non si fida, troppi particolari per il poco tempo di distrazione. Quanti anni da allora, mi chiede. Ne sono scolati venti, rispondo.
"Scolati? Che verbo ti viene in mente per contare gli anni?"
"Quello dei litri," rispondo.
"E perché?"
"Perché non ce n'è più, sono svuotati e il vetro l'ho buttato".
"Che c'entra il vetro adesso?"
"Non lo so".
Non la convinco e però continuo, ormai è partito il viaggio da fermo.
Erri De Luca - Pianoterra
I libri che sanno di nuovo hanno un odore pulito.
Di solito il libro nuovo lo compro quando metto via quello vecchio, stavolta vecchio e nuovo si incastrano e si sommano come quando fai un castello con le carte … guai se qualcuno si mette a soffiare.
Io non ci sono mai riuscita, troppa poca pazienza.
Ieri sono uscita con i capelli raccolti sulla nuca dentro ad una giornata di primavera, gli occhiali da sole a tratti sollevati per fare entrare il sole dappertutto.
I libri, nuovi e vecchi, sono sulla scrivania e mi aspettano, ma domani.
So già che le mie giornate saranno il solito miscuglio di doveri e trepidazioni, di sorrisi e piccole ansie, di sveglia che suona alle 7.45 e luce spenta sul comodino troppo tardi.
So già che farò meno di quello che prima, sempre, utopisticamente mi prefiggo.
Ma le mie giornate sono petali svolazzanti ed io non voglio perderne nemmeno uno.
Non voglio mai perdere nessuno.
Ti ho vista il giorno di Pasqua ed eri davvero magrissima, ma ti ho guardato bene in fondo agli occhi e non ho avuto paura. Torni a Bologna con un occhio ancora un po’ nero, ma io spero solo che tu abbia cura di te.
A te invece, Milano ti prende e ti avviluppa come un uragano di profumi. Mi piacerebbe sapere da dove parte la paura di essere giudicata – parte da dentro. Non potrei mai farlo.
Sento fuori dalla porta rumore di tazze e voci impastate di sonno. Sono sveglie e tra poco rideranno, litigheranno, urleranno, accenderanno lo stereo o l’aspirapolvere, prepareranno la tovaglietta per la colazione ed io vorrei fondermi nel nostro essere tre anche se sempre mi sento solo una.
Ieri mi hai chiesto, appena sono entrata in macchina, se potevo abbracciarti.
Io l’ho fatto ma forse hai sentito nelle mie braccia la poca convinzione … non riesco a fingere gli abbracci – c’è che il tuo star male mi si appiccica addosso, sono come una spugna di stati d’animo altrui.
Le mie donne sono tante … sempre lo stesso giorno di Pasqua ho incontrato anche te, che mi hai invitata in Grecia mangiando patatine davanti ad uno Spritz ( Spritz?). Io l’aereo vorrei prenderlo subito, mettermi – e questa volta per davvero – per una settimana tra parentesi.
Quella sera, in un bar affollato, mi ha accarezzato la guancia. Così, è stato un attimo – ed è stato bello - … tu che sei così parca di gesti e di parole. Vorrei adesso i tuoi baci.
Parlando tra amici ogni tanto saltano fuori di quei ricordi che avevi accantonato, come questo film, che ho visto un sacco di volte....che carino:

Mi fa stare bene tornare in una casa vuota, togliermi di dosso la borsa a tracolla, lanciare il cappotto da qualche parte, sfilare le scarpe e buttarmi sul letto.
Mi fa stare bene camminare nel silenzio del corridoio, aprire il frigorigero e pensare a cosa ho voglia di preparare per pranzo. Mi fa stare bene non aver voglia di cucinare proprio nulla, prendere a morsi una mela e i miei pensieri.
La casa dove ho cenato stasera è di quelle vecchie, con il cortiletto centrale e le balconate da cui si affacciano gli appartamenti. Hai un balconcino dove si arriva scavalcando un davanzale, da lì si vedono i tetti della città e sembra di essere nel film di Mary Poppins. Una volta ti chiesi se potevi prestarmi quel balcone per una cena a lume di candela, se mai avessi avuto voglia di farne una.
Questa sera il tuo sguardo era lo stesso del solito, di quasi-amico attento e curioso... il mio era sfuggente non so nemmeno io dove voglio andare.
La città di notte non era deserta, e anche i miei passi avevano un altro rumore.
Non mi piace avere un libro lasciato a metà, le orecchie agli angoli delle pagine, non mi piacciono più i calendari.
Non capire le cose
pensarci troppo.
Gli orecchini mi hanno arrossato i lobi, lavo via il trucco dalla faccia insieme alla fine di questa giornata, mi abbraccio nel mio letto e mi perdo dentro a racconti altrui.
A volte in questa casa succedono di queste cose che io allora davvero capisco quando qualcuno mi dice che andare via è stata la mia salvezza.
E in una frase, in una porta sbattuta, in un respiro tremante, rivivo tutti insieme troppi momenti passati, quando non c’era un altrove dove scappare, altre mura da chiamare casa.
Penso di avere tanti difetti e qualche pregio, e che tutti, in un modo o nell’altro, me li abbiano regalati loro.
Sono ansiosa, bisognosa di cure e di affetto come un animaletto domestico, che in un niente si sente di troppo, si sente abbandonato. Sono impulsiva, testarda, impaziente, mi aggroviglio nel dolore …. troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane ….
Ma in molti mi dicono che so essere dolce, sensibile, che faccio ridere … io di me stessa sento solo che ho sogni grandi tanto come sono grandi i dolori, che per entusiasmarmi mi basta niente, che amo facile, soffro facile, tutto forse troppo. Grandi passioni e grandi sorrisi, lacrime troppo spesso.
In tutta questa miscellanea di sfumature, a volte mi voglio bene così, ma altre volte – spesso – vorrei essere diversa. Più forte, autosufficiente, più roccia.
Perché non siamo fatti per bastare a noi stessi?