E’ il sole del tramonto, che allunga ombre lunghe dietro ai bagnanti sulla spiaggia, ombre dietro ai sassi, alle conchiglie sul bagnasciuga.
I miei passi hanno impronte non umane.
Un intreccio geometrico di gomma di scarpe da tennis.
Impacciata nel camminare così come nei pensieri, loro come le onde si infrangono contro la diga dei miei orizzonti ciechi.
Ci sono quattro bambini biondi, forse tedeschi, che corrono tenendosi per mano uno accanto all’altro, occupando in larghezza buona parte della spiaggia, le braccia tese a giocare a chi tira di più.
A pochi passi da loro un bimbo che è identico a come tutti loro sicuramente erano qualche anno fa arranca con le lacrime che già quasi gli colano sulle guance, senza costumino, due braccioli arancioni più grandi di lui che rendono ancora più ardua la sua rincorsa. Non li raggiungerà mai, si ritroverà sperduto su un tratto di spiaggia deserta, ma la mamma arriva veloce a qualche metro da lui …
Sorrido osservando tutta la scena. Tolgo gli occhiali da sole e cerco di abituarmi alla luce.
Ho la testa piena di funzionamenti sbagliati.
Ogni tanto gli ingranaggi si inceppano e fanno male.
Fin da bambina ogni volta che mia madre non era d’accordo con me sulla più stupida cosa (tipo sul costumino più bello o, un po’ più grande, sul nuovo paio di pantaloni) provavo dentro di me una rabbia e una frustrazione che hanno radici antiche di cui non riesco a vedere il seme.
Come se amore fosse ineluttabile coincidenza di pensiero.
Mi ha fregato molto, poi, quest’idea di amore.
Colpisco un sasso con la punta della scarpa. Rotola davanti a me. Lo raggiungo e lo colpisco più forte. E poi ancora. Finisce tra le onde. Mi allontano. Cerco un altro sasso.
E perché ogni passo falso mi sembra possa tremendamente sempre essere l’ultimo???
Io ora fa male per quanto vorrei. Vorrei.
Voglio miele caldo che scivoli lungo i noccioli duri dell’anima, li incorpori in una lava di zucchero e li sciolga dolcemente.
Pensavo che nulla avrebbe potuto indurirla, lei che sempre così trafitta da tutto, ogni saluto uno strappo, ogni sguardo incrociato un tremito di altro.
Anima che non si risparmia, che regala e prende, soffre, diventa corpo e colori, luce di parole gridate.
La ritrovo invece irrigidita e stanca, che spesso non riconosce se stessa, che strilla muta con voce fioca ha paura ma chiede carezze, capelli scompigliati, profumi nei quali tuffarsi.
...un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che
hanno ancora il coraggio di innamorarsi
e una musica che pompa sangue nelle vene
e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi
smettere di lamentarsi
che l'unico pericolo che senti veramente
è quello di non riuscire più a sentire niente
di non riuscire più a sentire niente
il battito di un cuore dentro al petto...
Se capitate a Parigi, andate a Les Halles e prendete la scala mobile che scende nei sotterranei del Forum, quella più lunga, dalla parte del Beaubourg. Osservate le teste delle persone. Noterete una cosa. Vale esclusivamente per gli occidentali. Gli afro, gli arabi o gli asiatici non lo fanno. La cosa è che a un certo punto, dopo essersi faticosamente trattenuti, per pudore o disillusione, girano la testa e frugano con lo sguardo nella scala mobile che sale. Lo fanno quelli che scendono da soli, perché la persona che hanno aspettato per anni, pensano, potrebbe essere lì di fianco, che scorre e va, e quello sguardo il solo modo per trovarla prima che scompaia. Lo fanno quelli che scendono in compagnia, perfino se tengono la mano di qualcun altro, perché ciò che li accompagna davvero è il dubbio che esista una soluzione migliore al loro bisogno di affetto, partecipazione, sesso (e “il sesso è l’unica forma, pietosa o meno, che abbiamo trovato per dire qualcosa dell’amore”, Pierre Menot, Mammiferi).
C’ è, in quegli sguardi, il fondamento della speranza di felicità, la ricerca di qualcosa che dura per tutta la vita e che chiamiamo da sempre e per sempre “altro”, a cui affidiamo l’utopia di essere compresi, pacificati, abbandonati soavemente al nulla. E’ un’implorazione d’amore molto più grande dell’amore perché non ha oggetto né forma, non si nutre di caviglie sottili (peraltro non visibili) o parole che scaldano (non proferite). E’ un desiderio in sé, una passione per la vita come futuro, l’ultima forma di fede che questa parte del mondo riesce ancora, con purezza, a concepire. Non siate scettici. E’ la nostra religione. L’inferno è una discesa senza miracoli. Il paradiso è uno sguardo ricambiato che fugge verso la luce, lasciando consapevolezza del possibile. Credere è soltanto non chiudere gli occhi.
Gabriele Romagnoli - Solo i treni hanno la strada segnata
Ho scoperto questa pista ciclabile per arrivare fino al Campus, si perde a destra da una strada di città e si tuffa aprendo a metà un campo di grano. Saluta campi di contadini fuori posto e si accosta per un istante alla tangenziale, solo un istante prima di riprecipitarsi giù.
C'è quella curva, proprio quella, in cui ieri non ho frenato. Ero lì che pedalavo lentamente, ero partita presto da casa, la radio negli auricolari del cellulare che speravo squillasse, Elisa cantava Broken distraendomi da pensieri fastidiosi come le zanzare della notte troppo corta. E' arrivata questa curva ed io ho visto che nessuno saliva in senso contrario a me, e allora ho deciso: io non freno. Temevo che mi sarei sfracellata contro lo steccato, un pò me lo sentivo che quel gesto da undicenne spericolata sarebbe finito scapicollato contro un tronco..... ma non so spiegarlo.... in quel momento dovevo. Dovevo sentire come vento in faccia la sensazione di lasciarsi andare. Di non controllare nulla e di scegliere di non farlo, le mani via dai freni, ma strette bene sul manubrio per direzionarne la corsa impazzita, che altrimenti sicuro ti sfracelli.
Holly va veloce. E tu ti accorgi mano a mano che la ruota scivola sul terriccio che sì, sicuramente hai fatto una gran cazzata, anche se consapevolmente te la sei cercata, e che se questa volta ti va bene, alla prossima basta che becchi una pozzanghera e via, una gamba rotta se va bene.
E mentre sei lì, in folle volo, all'improvviso ti domandi - E ora che succede? Chi mi frena se io non freno? E come magica risposta di strada, non hai nemmeno da pensarci, se forse è il caso di tirare almeno un pò i freni, perché dietro l'ultima curva arriva un dosso, piccolo ma sufficiente ad arginarti.
Ti riappropri di una dimensione di umana studentessa che va a lezione, ti aggiusti un pò sul sellino, controlli che il cellulare sia salvo.
Poi per un istante chiudi gli occhi. Ci pensi. Vento in faccia. Cazzate. Pazienza?
Cerco il mio passato e ritrovo quaderni sgualciti di infelicità sussurrate.
Ho sempre pensato di essere, tutto sommato, una ragazza felice.
Oggi mi guardo alle spalle e penso che a diciott'anni io non vorrei tornarci.
Che quello che ho, che sono ora, come mi sento, si allontana milioni di chilometri dall'adolescente (?) che sono stata, che per riuscire a godere dieci doveva soffrire almeno cento.
E' difficile spiegare il senso di straniamento che provo rileggendo lettere, diari, bigliettini ritrovati in fondo a cassetti... mi sembra come di leggere parole scritte da qualcuno che in fondo non sa chi è.
Io oggi un pò mi sento di saperlo, io oggi sento che un pò mi conosco. E' una conoscenza rassicurante, una dimestichezza con il mio me che proprio quando pensavo più mi appartenesse, e riempivo fogli e fogli di introspezioni strabordanti, in realtà non mi apparteneva mica tanto.
Ogni tanto mi domando dove state andando.
Ma capisco che la domanda è a monte.
E allora. Mi domando se state camminando. E so che la risposta è no.
Occhio non vede cuore non duole.
Voi, che vi limitate a sopravvivervi, e lo fate guardandomi con la coda dell'occhio.
Ed ogni risata in più è tagliente come una speranza fasulla, come un benessere di plastica confezionato apposta per l'occasione .... chissà dove vi siete persi, chissà quando vi siete persi, chissà se ci siete mai davvero stati ... chi siete.
Ed io? Di nuovo ad aver paura del momento in cui dovrò sentire il freddo nello stomaco.
Ma io sono mia.
C'era una volta un ragazzo conosciuto in una chat.
Il mio Mago Baol....inventore di storie e entusiasta di sogni, si infuriava con me discutendo di quadri che dovevano riempire cornici, mi parlava di Guccini e di piantine di basilico in giardino, mi gridava come solo scrivendo si può gridare che sempre, la partenza è sempre sotto i nostri piedi.
A diciott'anni non lo so cosa cercavo in una chat, non lo so cosa avevo trovato in lui, non lo so cosa mi aveva fatto arrivare a piangere di commozione dietro a milioni di parole.
Ci fu una passeggiata al porto, ed una ragazza impaurita e insicura nascosta nell'anima come nel corpo, che non tirò su nemmeno per un istante i suoi occhiali da sole dal naso.
Conservavo le sue mail gelosa come di un tesoro, disperata quando improvvisamente andarono perse nel nulla.
Anche dopo che, con una canzone, lui mi fece piangere.
Aveva capito tanto di me. Intuito tante cose che ancora neppure io vedevo.
Troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane....
Leggo e rileggo sempre la stessa frase.
Oggi pomeriggio circa dieci volte.
Le talassemie sono un gruppo di disordini ereditari nei quali alterazioni genetiche determinano l'abolizione o la riduzione della sintesi di una o più catene globiniche.
Non riesco.
Organizzo mucchietti di pagine di quaderno da ripetere per ogni giornata che ho, ma domani ne ho già una in meno.
Sulla lavagnetta che abbiamo in cucina l'altro giorno ho scritto sorridendo quello che la mia amica ha detto mentre mangiava: se mi fermo a pensare al significato delle parole, io non lo trovo. Ecco questa è una di quelle cazzate che spariamo a volte davanti al caffè del dopo pranzo. Eppure.
Non lo so se è un bene essere così tanto in contatto con se stessi.
Domandarsi ogni benedettissimo istante l'autenticità delle sensazioni, scomporre ogni stato d'animo in milioni di sospiri elementari fino a perdere di vista i contorni di tutto.
Sono un pò stanca di me.